Ventidue: Perché per una volta Natale sarebbe stato davvero una vacanza

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I meteorologi avevano detto che avrebbe continuato a nevicare. Avrebbe nevicato come non succedeva da quasi vent’anni, dall’ultima grande ondata di gelo del 1985. Solo che stavolta sarebbe durata più a lungo, una settimana o anche di più. E le temperature sarebbero scese ai minimi storici. Forse era colpa del riscaldamento globale. Forse il lancio del dado meteorologico era semplicemente stato truccato. In ogni modo, il mondo era sul punto di alterare gravemente il suo normale equilibrio per un po’ e quella consapevolezza, condivisa dai due milioni e mezzo o più di individui che vivevano all’interno dei confini del comune di Roma, era sia terrificante che integrante.
La città era pronta per il suo primo Natale innevato a memoria d’uomo, e le conseguenze iniziavano a farsi largo nella mente dei romani. La gente si stava preparando a non andare al lavoro per mille motivi validi e incontrovertibili. Erano stati infettati dal virus del mal di gola che si era diffuso per la città. Non potevano prendere gli autobus in periferia perché, anche se fossero riusciti a superare incolumi le strade ghiacciate e insidiose, chi poteva sapere se ce l’avrebbero fatta a tornare a casa la sera? Per una volta, la vita era troppo rischiosa per fare qualsiasi cosa eccetto restare a casa o forse scendere al bar del quartiere a parlare soltanto del tempo.
E tutti, bibliotecari e commessi, camerieri e guide turistiche, preti e poliziotti infreddoliti, pensavano tra sé e sé: E’ fantastico. Perché per una volta Natale sarebbe stato davvero una vacanza. Per una volta la città sarebbe scesa dalla scala mobile in continuo movimento della vita moderna, si sarebbe ricordata di fare un profondo respiro, avrebbe chiuso gli occhi e dormito un tantino, sotto quella meravigliosa trapunta di ermellino che continuava a cadere in costante nuvola bianca, trasformando le pietre nere della strade deserte in zucchero a velo.

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